Il rischio speculativo che grava sul Regno Unito

Premessa:

In uno dei miei ultimi articoli ribadivo come la stampa di banconote non potesse generare automaticamente l’inflazione ma come questa fosse determinata dalla legge della domanda e dell’offerta, e dalle remunerazioni dei lavoratori.

In particolare sottolineavo come una più alta remunerazione generasse,questa si automaticamente, l’aumento dell’inflazione ma di come anche nel contempo questo rialzo dei salari potesse generare una perdita di competitività per quei prodotti che costando di più a causa dell’aumento del costo di produzione, dovuto in primis all’aumento dei salari dei lavoratori che producevano quei beni, in un mercato globalizzato sarebbero stati in competizione con altri prodotti che potevano sfidarli anche all’interno dello stesso mercato nel quale si trovavano le strutture produttive autoctone.

Ho descritto un secondo fenomeno, quello dell’aumento dei prezzi del singolo prodotto generato dall’aumento dei prezzi dell’indotto circostante come un effetto domino.

Se cioè aumenta il costo delle altre componenti che servono per la creazione di uno specifico prodotto, evidentemente aumenterà anche il prezzo di quel prodotto.

A sua volta se questo prodotto serve come terza parte,o come semilavorato ad altri prodotti evidentemente aumentando di prezzo genera a propria volta l’aumento di prezzo.

Anche il lavoratore che vede i rincari dei beni e dei servizi chiederà così l’aumento della busta paga e così via questo effetto domino andrà avanti.

Così le spese dello stato aumenteranno in cifra assoluta, perchè evidentemente anche i lavoratori statali vorranno più denari,così come i pensionati vorranno l’adeguamento,ma anche i lavoratori privati che svolgono opere pubbliche e vincono ad esempio un appalto fisseranno un prezzo più alto per starci dentro con i costi che sono anch’essi aumentati.

Inoltre la spesa pubblica aumenta perchè l’aumento dell’inflazione genera l’aumento del tasso di interesse sul debito pubblico che a propria volta genera un fabbisogno statale maggiore, quindi tasse più alte in cifra assoluta e più alte in percentuale nel caso in cui il debito vada ad aumentare.

Quindi spiegavo il collegamento tra rialzo dei salari e inflazione e dunque poi tra inflazione e tassi di interesse e di come il rialzo dei salari generi una crescita del prodotto interno lordo basato sull’inflazione che risulta fittizia.

In poche parole se vendo 1 articolo che costa 100 e l’anno dopo vendo lo stesso articolo che costa 102, ottengo un aumento del prodotto interno lordo, si dice che aumenta la ricchezza ma in realtà vengo lo stesso identico articolo solo che ad un prezzo più alto e tale innalzamento del prezzo è collegato all’aumento dello stipendio del lavoratore che però ha avuto l’aumento non perchè lavora di più ma perchè tutto intorno a lui è aumentato di prezzo e dunque chiede più denaro per fare la stessa cosa che faceva prima e poter comprare le stesse cose che comprava prima.

Tutto questo non ha nulla a che fare con la crescita economica, così come se si abbassa il prezzo della benzina da 140 a 50 dollari pare che ci sia una contrazione dei consumi nelle importazioni mentre invece il numero dei barili di petrolio importati magari sono aumentati in cifra assoluta.

C’è un discorso da fare riguardo al rapporto tra inflazione e cambio monetario all’interno di una globalizzazione che porta alla perdita delle produzioni.

La stampa di banconote non genera da sola un aumento dell’inflazione ma determina una diminuzione del valore della singola banconota perchè più banconote ci sono e meno valore ha ciascuna di esse.

Stampando banconote avviene quindi una svalutazione della moneta nazionale rispetto ad altre monete, e questo singnifica da un lato un minor costo delle proprie esportazioni ma anche un maggior costo delle importazioni.

Più un paese è dipendente dall’estero più l’aumento dei prezzi dovuti alla variazione del cambio monetario diventa importante.

In poche parole più i cittadini sono abituati ad acquistare merce dall’estero e più l’incidenza dell’aumento dei prezzi sarà rilevante all’interno di quello stato.

Ma non è escluso che tale aumento riguardi solo le importazioni.

Se c’è un prezzo internazionale per uno specifico prodotto e tale prodotto viene scambiato tramite una diversa moneta, anche se uno stato non importa tale prodotto si troverà comunque a pagare una cifra maggiore.
Ovviamente, esportandolo nel mercato internazionale ricaverà una cifra più alta, ma questi soldi vanno a finire ad una ditta privata e non sono compensati dall’incremento dei prezzi sul mercato interno.

E’ il caso ad esempio rel regno unito riguardo al petrolio.

Il regno unito potrebbe trovarsi in mezzo ad un attacco speculativo da inflazione.
Questo perchè l’importante svalutazione della moneta genera in un primo momento l’aumento dei posti di lavoro dovuti all’aumento del protezionismo generato automaticamente da un ribasso del costo dei prodotti esportati e dall’aumento dei prezzi importati che rendono più competitive le produzioni nazionali.

Ma dall’altro vi sarà l’aumento dei prezzi di tutte le merci importate di cui il regno unito non può fare a meno e del prezzo di quelle non importate ma che vengono scambiate utilizzando una diversa moneta, ad esempio il dollaro americano nello scambio di barili di petrolio.

Avremo dunque nel giro di pochi anni una situazione esplosiva.

Da un lato la stampa di banconote, dall’altro l’aumento dei prezzi, dunque degli stipendi, dunque dell’inflazione, dunque dei tassi di interesse e in definitiva del debito pubblico.

Quindi tutto ciò che pare guadagnato oggi rispetto all’aumento dei posti di lavoro verrà perso domani con l’aumento delle remunerazioni che genereranno la perdita di competitività delle aziende e l’aumento della spesa pubblica.

Il risultato finale sarà l’impossibilità futura per la banca d’inghilterra della stampa di banconote per acquistare titoli di debito a causa di una elevata inflazione.

Che cosa dovrebbe fare dunque uno stato che si trova in questa situazione?

Bhè, innanzitutto dipendere il meno possibile dall’estero creando concorrenza di mercato con prodotti che oggi sono acquistati all’estero.

Se dunque un prodotto importato passerà da 100 a 120, verrà acquistato solo se nel mercato interno non c’è una valida alternativa che sia passata magari da 100 a 103.

La sterlina perde il 35%, dunque un oggetto importato costerà il 35% in più e verrà comprato solo se il cittadino ne sente il bisogno e non c’è una valida alternativa.

Poi il petrolio potrebbe essere sostituito con qualche fonte energetica autoprodotta.
La norvegia da questo punto di vista fa scuola avendo una propensione a vendere all’estero il prodotto per fortificare la propria moneta ma allo stesso è lo stato dove vengono vendute altissime percentuali di auto elettriche.

Attenzione a non essere ingannati dalle cifre…
Se il prezzo di un litro di benzina è di 2 sterline e quello di un litro di carburante sintetico è di 2,5 sterline, lo stato mettendo 0,60 sterline per litro a favore del carburante autoprodotto per farlo costare meno e farlo preferire ai cittadini non spreca soldi.

Infatti essendo quel carburante autoprodotto e non dovendo subire le scosse del mercato internazionale dovuto a quella che è divenuta la moneta unica mondiale nello scambio di barili di petrolio e alle crisi energetiche internazionali, sarà un valore aggiunto in posti di lavoro facendo circolare il denaro all’interno dello stato senza spedirlo all’estero che un domani potrebbe adirittura essere esportato quando un nuovo schok petrolifero che farà aumentare il prezzo del prodotto e il contemporaneo l’abbassamento di valore della sterlina faranno costare quel carburante sintetico molto meno di quello fossile senza neppure bisogno di alcun sussidio.

Ovviamente il sistema del carburante ecologico deve essere avviato da investimenti pubblici.
(e questa cosa la scrivo da molti anni…)

Questo sempre se il carburante sintetico ottenuto dall’unione di idrogeno e ossigeno nel processo di fisher-troopsch non viene scambiato in dollari al barile…

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