Pensionati da oltre 36 anni, i 4 errori commessi dal presidente dell’INPS Tito Boeri

Ci sono 500 mila persone che sono in pensione da 36 anni.

Può questo costituire un parametro per la creazione dell’ennesimo “contributo di solidarietà”?

Io credo di no, se qualcuno riceve una pensione giustificata dai contributi può andare in pensione anche a 55 anni, ricevendo quanto dovuto in proporzione all’aspettativa di vita e appunto ai contributi versati.

Ecco dal mio punto di vista i 4 errori presenti nelle considerazioni fatte ieri dall’attuale presidente dell’INPS Tito Boeri:

1)la maggior parte delle pensioni, erogate con il sistema retributivo e con sistema misto, già dopo soli 12 anni superano il “break even point” e cioè il punto di pareggio tra contributi versati e assegni percepiti, poi per tutti gli altri anni ricevono soldi che vanno a finire nel debito pubblico su cui se siamo fortunati pagheremo per sempre,di generazione in generazione per centinaia di anni gli interessi su quel debito(mentre se siamo sfortunati smettiamo di pagare tali interessi dopo un bel default).

2)Boeri propone un “contributo di solitadietà”, ma questo termine è improprio visto che chi dovrebbe dare tale contributo lo riceve dalla collettività.
E’ solidarietà data da chi riceve denaro senza aver versato i contributi che dunque riceve soldi che non gli spettano, certo, in un mondo che gira al contrario possiamo anche chiamarla solidarietà!

Considerando che il Welfare italiano è il più costoso d’europa, che le pensioni future saranno le più basse d’europa, che la somma tra persone inattive e disoccupate è del 23%, mi pare che un taglio di 40 miliardi sia il minimo sindacale.

3)Tagliare pensioni per poi “regalare” contributi a pioggia ai giovani non ha alcun senso ed anzi è controproducente, se c’è questo taglio non si può che risanare il debito con quei 20 miliardi annui di buco INPS che ogni anno lo stato copre ed abbassando per 20 miliardi a qualsiasi lavoratore le tasse dal lato impresa, per far in modo che diminuisca il costo del lavoro e faccia salire l’occupazione creando un circolo virtuoso con nuove entrate fiscali dovute ai versamenti dei neo-assunti.

Quello che non si dovrebbe fare è continuare con lo stesso livello di prelievo e poi lasciare che sia il presidente dell’INPS ad erogare prebende facendosi bello e rispettoso delle classi più povere mentre le imprese delocalizzano e licenziano a causa dell’alto costo del lavoro, oppure mentre le agenzie di rating ci mangiano vivi a causa della mancata riduzione del debito pubblico dopo un periodo di tassi bassi.

Se l’INPS ottiene dei risparmi è giusto che ripristini immediatamente l’indicizzazione sul ricalcolo contributivo appena modificato al ribasso che farà erogare in futuro pensioni contributive da fame e che metta da parte i soldi in più dandoli a cassa depositi e prestiti o acquistando debito pubblico visto che il sistema contributivo si basa sui contributi che in teoria appartengono ai lavoratori a cui tra l’altro viene consigliato spesse volte dallo stesso presidente dell’INPS ad arrangiarsi con la previdenza privata.

Invece il presidente dell’INPS vorrebbe lasciare inalterato il bilancio dell’istituto spostando assistenza dagli anziani ai giovani o usando queste risorse per la flessibilità in uscita e così facendo non solo non si produce alcun beneficio ma si creano solamente danni sociali.
Se così fosse a quel punto converrebbe non fare alcuna riforma piuttosto che fare l’ennesima riforma raffazzonata che non risolve alcun problema e che anzi ne crea di nuovi com’è stato per il disasto targato Elsa Fornero.

4)Il punto non è da quanti anni si riceve l’assegno pensionistico e nemmeno il ritardare il più possibile l’età di pensionamento come invece è stato fatto nelle ultime 5 riforme delle pensioni.
Quella è la strada sbagliata e credo che tutti si stanno accorgendo che non si può andare in pensione oltre una certa età.

Il punto è che se la pensione viene calcolata con il contributivo si può andare in pensione anche 10 anni prima e non serve alcuna flessibilità in uscita perchè essa è già insita all’interno di tale sistema.

Invece non si vogliono toccare le pensioni retributive in essere facendole diventare contributive non c’è più necessità di alzare l’età pensionabile e si può ritornare all’età che c’era prima della riforma Fornero.

Ovviamente per fare un ricalcolo contribuivo di ogni pensione(anche di quelle erogate da 36 anni) serve che sia fatta una norma costituzionale transitoria che dica una roba del tipo:

“nel passaggio dal sistema pensionistico retributivo a quello contributivo sono ammesse misure di ricalcolo retroattivo.
A tal fine sono ammesse tassazioni differenti tra erogazioni che avvengono con metodi di calcolo differenti, tenendo conto della parte retributiva e contributiva, al fine di eliminare discriminazioni di trattamento che si sono venute a creare tra i precedenti e i nuovi pensionati.
Sono eliminati con effetto retroattivo tutti i vitalizi e le indennità di carica che non siano stati calcolati con il sistema contributivo”

Essendo stati i precedenti provvedimenti pensionistici,al momento della loro approvazione alle camere, privi di qualsiasi copertura finanziaria e di un prospetto economico riguardante il pareggio di bilancio tra entrate ed uscite, come avviene invece oggi, sono ammesse tassazioni differenti tra erogazioni che avvengono con metodi differenti e con il sistema misto.

Mi pare palese che chi riceva pensioni con il retributivo abbia da pagare tasse piu alte visto che la loro pensione non è stata sottoposta al vincolo del pareggio di bilancio.

In questo modo si alzano le tasse sulla parte delle pensioni erogate con il retributivo e si abbassano le tasse alla parte erogata con il contributivo ripristinando la vecchia indicizzazione retributiva che oggi è troppo penalizzante per le future generazioni che avranno pensioni da fame.

Con questa riforma costituzionale,lo stato, che oggi versa all’INPS 20 miliardi, rientrerà di tale cifra e potrà finalmente abbassare il debito pubblico.

Da analizzare una possibile compensazione stato-inps sulle trattenute da lavoro nel caso in cui le erogazioni pensionistiche che sono tassate dallo stato diminuiscano non in percentuale ma in cifra assoluta, creando un buco di bilancio, e appunto per far fronte a questo sarebbero alzate le tasse sulla parte retributiva.

Il punto è che la spesa pensionistica va ridotta di 40 miliardi, 20 dovrebbero essere usati per permettere un abbassamento annuale del debito pubblico (in cifra assoluta e non in percentuale sul PIL) di 5-8 miliardi di euro annui.
Dopo decenni avanzo primario serve mettere a frutto il quantitative easing della B.C.E. per creare anche qui un circolo virtuoso che riesca ad abbassare ulteriormente i tassi di interesse evitando di dare la nostra sovranità alle agenzie di rating.
Si avrebbe così finalmente un trattamento diverso sul rischio del debito con conseguente circolo virtuoso sui successivi risparmi che si possono via via produrre con conseguente abbassamento di altre tasse come ad esempio l’imposta sul valore aggiunto per rilanciare i consumi e migliorare il potere d’acquisto.

Altri 20 miliardi secchi dovrebbero andare ad abbassare il costo dei lavoratori dal lato impresa, per fare in modo che creascano i neo-assunti e che dunque ogni nuovo assunto permetta all’INPS e allo stato di avere maggiori entrate.

Lo stato avendo nuove entrate dai neoassunti potrà abbassare via via le tasse sul lavoro e conseguentemente aumentando le tasse sui profitti su specifiche aziende se è dimostrato l’abbassamento delle tasse non ha diminuito il prezzo unitario dei prodotti o dei servizi erogati e sono serviti per accumulare ricchezza.

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