Paul Mason(The Guardian ) e la fine del capitalismo moderno

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Secondo Paul Mason​, giornalista del Guardian dalla crisi economica del 2008 si sarebbe perso a livello globale il 13% della produzione globale e il 20% del commercio globale.
Io ritengo che queste affermazioni non possano avere un riscontro nella realtà.
Certo, i numeri direbbero questo, ma dietro ai numeri si può nascondere di tutto, anche l’esatto opposto di quello che tendono a mostrare.
Quando Mason dice che qualsiasi cosa al di sotto del 3% può considerarsi recessione, afferma una mezza verità.
Come ho spiegato varie volte, se si ha l’inflazione al 10%, come sta capitando in alcuni paesi in via di sviluppo, e si ha una crescita del 3% del prodotto interno lordo, effettivamente si ha una recessione.
Infatti è la crescita dei prezzi dovuti all’inflazione a far crescere anche il prodotto interno lordo, in pratica all’interno degli stessi numeri che compongono le statistiche non c’è scritta la quantità di beni venduti.
Se un bene passa dal costarmi 100 l’anno prima e 110 l’anno seguente, e compro la stessa quantità di beni nei due anni presi in considerazione, il prodotto interno lordo segna l’aumento della produzione, ma in realtà si tratta della stessa merce aumentata di costo.
Se il salario viene rivalutato e incrementato seguendo l’inflazione avrò una crescita del prodotto interno lordo che non è una vera crescita, cioè compare nei numeri come crescita ma il numero degli scambi non cambia.
Tenendo presente che in molte parti del mondo i salari stanno diminuendo, se di quel bene se ne acquistavano 10 unità con quegli stessi soldi si potrà arrivar a comprarne 9, spendendo la stessa cifra che si spendeva l’anno precedente, oppure 8 se i salari diminuiscono.(oppure 12 se li compro da un paese in via di sviluppo dove il costo della manodopera è inferiore).
Il primo punto è proprio questo, i numeri possono anche non spiegare la realtà, anzi se letti male possono indurre in errori di comprensione.
Ma c’è di più, oltre a quanto appena affermato c’è un secondo aspetto esattamente opposto che fa vacillare la visione dei numeri dell’economia.
Se ad esempio la mia auto,grazie alla ricerca tecnologica, riesce a farmi fare lo stesso numero di km ma utilizza il 20% in meno di benzina, possiamo affermare che quel 20% moltiplicato per una grande quantità di utenti sia da considerarsi nell’ambito di una recessione da consumi?
Io credo di no, credo che debba rientrare nella crescita economica, in quanto posso fare un maggior numero di km utilizzando la stessa benzina.
Allo stesso modo potrei portare l’esempio del risparmio energetico per ridurre i consumi o della raccolta differenziata, questi sono comportamenti virtuosi “recessivi”.
Quindi c’è questo secondo punto, questa “deflazione tecnologica” che non è affatto indice di recessione ma che compare nei numeri come recessione.
E se consideriamo la crescita della popolazione mondiale e l’inquinamento, non si può che constatare l’utilità di riuscire a ridurre il fabbisogno energetico in quanto stiamo consumando tutte le risorse del pianeta e lo stiamo distruggendo.
Consideriamo anche il fatto che il secolo scorso è stato il secolo del petrolio ed il controllo politico mondiale che ha prodotto molte guerre che si sono verificate nel legame moneta-energia.
Il punto è che si stanno scontrando due ideologie, la prima che dice che il mercato ed i profitti portano il progresso, la seconda che afferma che il progresso non può essere utilizzato per schiavizzare le popolazioni attraverso un mercato di capitali, ma deve essere utilizzato con parsimonia per soddisfare i bisogni della gente.
Ed oggi siamo in una situazione nella quale dopo aver seguito per decenni la prima strada, gli stati occidentali si trovano pieni di debiti creati per pagare gli interessi che a loro volta si sono creati con l’inflazione che a sua volta ha permesso l’accrescimento del capitale grazie agli invitanti tassi di guadagno.
Cioè, non è il capitalismo che sta morendo, a morire è un sistema che non sta in piedi, il sistema del debito che permette agli speculatori di realizzare grossi guadagni.
Quell’1% ricchissimo che si è ulteriormente arricchito non ha dovuto fare altro che depositare i propri soldi da qualche parte dove si sarebbero creati dei profitti grazie ai tassi di interesse, ma questi tassi di interesse sono gli stessi a creare il debito dello stato che li riceve e a creare dopo alcuni decenni l’insostenibilità economica.
Cioè per farla breve, in poche parole, finchè lo stato non è indebitato sembra tutto funzionare per il meglio, ma poi quando i debiti diventano troppo grandi il sistema crolla.
E non è un caso se l’inflazione 50 anni fa nei paesi occidentali era piu alta, ed era simile all’inflazione degli attuali paesi in via di sviluppo.
Si chiama piu semplicemente “CARRY-TRADE”, si porta lo sviluppo nei paesi piu poveri(togliendolo in parte a quelli ricchi) e ci si arricchisce e poi alla fine ci si riprende il capitale lasciando quegli stati nella me**a

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