Updates from luglio, 2015 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • giamps78 18:02 il 31 July, 2015 Permalink | Rispondi  

    Proposta : Divisione in due della RAI senza privatizzazione 

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    La cosa piu semplice ma al tempo stesso piu difficile sarebbe stabilire un doppio bilancio della RAI, uno che ha come entrate i soldi derivanti dal canone, l’altro i soldi derivanti dalla pubblicità.

    Lo so che a parole sembra facile, che risulta difficile stabilire quali programmi siano di servizio pubblico e quali no, ma basterebbe cominciare da quelli che sono condotti da presentatori che prendono tanti soldi, dalle trasmissioni piu seguite ed affermare che le loro remunerazioni, i costi delle trasmissioni sono totalmente pagati tramite la pubblicità.

    Cioè risulta piu facile partire dalle trasmissioni che non rappresentano un vero ed “essenziale” servizio pubblico e quindi sfogliare la margherita e poi dichiarando i programmi rimanenti di servizio pubblico.

    Ovviamente questi ultimi devono avere un proprio consiglio di amministrazione, così come un proprio bilancio, e ci deve essere anche il parlamento, ma anche gli enti locali nella creazione e nel controllo dei palinsesti.

    Dunque seguendo questo filo logico non c’è una vera privatizzazione della RAI, c’è una promiscuità di canali e di programmi.

    I programmi che si pagano con il canone non dovranno avere pubblicità, i programmi che si pagano con la pubblicità non avranno il tetto pubblicitario, o meglio, nel complesso delle ore di trasmissione il tetto pubblicitario attualmente in vigore sarebbe rispettato, considerando appunto che c’è una parte delle trasmissione dove non c’è pubblicità e l’altra dove questa è libera.

    Per quanto riguarda la vigilanza del parlamento, esso riguarderderà i contenuti solo ed esclusivamente della parte di trasmissioni dove viene pagato il canone, l’altra parte avendo un proprio consiglio di amministrazione potrà operare senza essere chiamata in causa.

    Ricordo che è stata l’europa a chiedere alla RAI di fare due bilanci e che anche la commissione di vigilanza aveva formulato questa richiesta, ma la Presidente Tarantola ha detto che era impossibile.

     
  • giamps78 13:19 il 31 July, 2015 Permalink | Rispondi  

    La favoletta dei 100 lavoratori, mercato e lavoro 

    Supponiamo di avere uno stato nazionale che ha una forza lavoro di sole 100 unità, non consideriamo ne pensionati ne giovani.
    Supponiamo che questo stato nazionale abbia una sola azienda funzionante sul proprio territorio e che ci sia l’occupazione piena, cioè che tutte e 100 le unità siano occupate presso la medesima azienda, che dunque la disoccupazione sia a zero.
    Questa azienda produce ogni cosa di cui quelle 100 persone hanno bisogno,lo stipendio delle 100 unità lavorative è di 500 denari e il costo medio di vendita dei prodotti creati in quell’azienda è di 50 denari per ogni pezzo.
    Ora supponiamo che ci siano delle innovazioni tecnologiche che permettono a quell’azienda di produrre gli stessi identici prodotti, cioè quelli acquistati successivamente da quelle 100 persone, ma di crearli ad un prezzo inferiore passando dal costo di 50 al costo di 30 per ogni pezzo.
    In cambio però l’innovazione tecnologica chiede che vengano licenziate 30 di quelle 100 persone.
    Succede allora che il prezzo del prodotto cala di 20 unità ma diminuiscono anche coloro che possono permettersi di acquistare tali beni, cioè l’azienda vende un numero inferiore di prodotti, e va in sovraproduzione di beni, cioè è costretta ad abbassare ulteriormente i prezzi per poter produrre la stessa quantità di pezzi.
    L’azienda vede una ulteriore opportunità investendo nuovamente in tecnologia, il prezzo si abbassa da 30 a 15, però è costretta a licenziare ulteriori 40 lavoratori.
    Succede dunque che in quello stato ci sono solo il 30% di occupati, e il 70% di disoccupati, ma la capacità produttiva di quello stato e di quell’unica azienda permette di creare pezzi per tutti.
    Aumenta così la povertà, per evitare tumulti quello stato decide di istituire un reddito minimo garantito, contro la povertà assoluta che ormai è diventata una piaga della società.
    All’azienda vengono aumentate le tasse, il prezzi dei prodotti venduti tornano a 50 denari, ma solo il 30% della popolazione lavora, mentre l’altro 70% è mantenuto dallo stato.
    A questo punto lo stato si gemella con altri stati e firma un trattato di libero scambio, entrano prodotti senza alcuna tassa doganale.
    A questo punto accade però nell’altro stato i cittadini vengono pagati con meno denari, la disoccupazione è bassa, e di conseguenza anche senza investimenti in tecnologia il prezzo di quei prodotti è di 20 denari.
    Nei punti vendita i prodotti non sono segnati con l’etichetta, i cittadini di entrambi gli stati non sanno se stanno comprando qualcosa che proviene da uno piuttosto che dall’altro stato.
    La storiella continua, non è molto distante dalla realtà, quando le macchine potranno sostituire l’uomo nella produzione di beni, e già sta succedendo in molte parti del mondo.

     
  • giamps78 03:24 il 31 July, 2015 Permalink | Rispondi  

    Il senato è vivo, viva il senato! 

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    SIAMO IN UNA DEMOCRAZIA IN FASE DI ROTTAMAZIONE.

    C’è qualcuno che non ha ancora capito il significato di repubblica parlamentare.

    Nella repubblica parlamentare ci sono i parlamentari che sono i detentori del potere legislativo, mentre i governi hanno il potere esecutivo.

    Quando il parlamento consegna una delega al governo, cioè demanda il proprio potere legislativo nelle mani del consiglio dei ministri ci sono anche delle leggi che ne regolamentano la formulazione.

    La delga in bianco non è consentita, chi crede il contrario di pone fuori dalle regole democratiche.

    Sia chiaro non dalle regole del Partito Democratico, dalle regole democratiche, che al momento forniscono ancora delle garanzie.

    Un partito si fa una sua legge elettorale affinchè pur essendo minoranza nel paese ottenga la maggioranza dei seggi, e poi si fa delle regole interne che permettono agli organi di partito di stabilire per filo e per segno che cosa i parlamentari devono fare.

    Questa è la filosofia che anima il Partito Democratico, e guai a chi interpone gli interessi nazionali di cui ogni parlamentare si fa garante mentre rappresenta la repubblica, in quanto il partito nelle sue sedi può decidere che la regola della delega in bianco non può essere contrastata.

    E l’argomento di discussione passa in secondo piano, il merito della votazione in aula non è importante, a contare è solo il partito.

    Si può così non ascoltare gli interventi in aula, perfino schernire chi prova in qualche modo ad argomentare, in quanto il tutto è già deciso a tavolino.

    Anzi, il nulla è deciso a tavolino, il foglio bianco con il quale si demanda ad una sola persona la possibilità di fare un decreto governativo che diventerà legge non è deciso, dipenderà dal piglio col quale si alzerà una mattina il presidente del consiglio.

    Ma non c’è problema essendoci ancora, per il momento, il bicameralismo perfetto, nell’altro ramo del parlamento grazie ad una legge elettorale incostituzionale verranno ristabilite le norme cancellate oggi da un senato che dimostra di essere ancora vivo, poi il testo tornerà dalla camera con la cancellazione di quelle modifiche verrà posta la questione di fiducia dal governo,senza che i parlamentari possano emendare il testo in barba al principio base sancito in una repubblica parlamentare.

    lo stesso governo che poi avrà carta bianca sui decreti delegati, avendo poi la commissione competente che analizzerà tali decreti solo un ruolo marginale e ininfuente, come nel caso dei licenziamenti collettivi sul Jobs Act, anche se in quell’occasione pure gli organi di partito, oltre alla commissione avevano deciso altrimenti.
    Ma il governo anche in quell’occasione ha fatto di testa sua, contro tutto contro , eccetto confindustria.

    A si, a proposito, la legge in discussione riguarda la RAI, già toccata in precedenza da altri provvedimenti che hanno dato, tra le altre cose, la possibilità ad un ministro, senza nemmeno il parere del parlamento, la possibilità di vendere le infrastrutture per la trasmissione del segnale, quindi se questo o il prossimo governo deciderà per una vendita nessuno potrà opporsi.

    Mi raccomando, non restate ancorati al passato!

     
  • giamps78 09:22 il 30 July, 2015 Permalink | Rispondi  

    Manifesto Machanovista(27 aprile 1920) 

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    1. I machnovisti sono operai e contadini che insorsero fin dal 1918 contro la tirannia del potere della borghesia germano-magiara, austriaca e hetmanita in Ucraina. I machnovisti sono quei lavoratori che per primi innalzarono lo stendardo della lotta contro il governo di Denikin e tutte le altre forme di oppressione, di violenza e di menzogna, qualunque fosse la loro origine. I machnovisti sono quei lavoratori sulla cui fatica la borghesia in generale, ed ora quella sovietica in particolare, ha costruito il proprio benessere ed è divenuta grassa e potente.

    2. Perché ci chiamiamo machnovisti? Perché per la prima volta durante i giorni più oscuri della reazione in Ucraina, abbiamo visto tra noi un amico leale, Machno, la cui voce di protesta contro ogni forma di oppressione dei lavoratori risuonò per tutta l’Ucraina, esortando alla lotta contro tutti i tiranni, i malfattori e i ciarlatani della politica che ci ingannavano, Machno, che ora marcia deciso al nostro fianco verso la mèta finale, l’emancipazione del proletariato da ogni forma di oppressione.

    3. Che cosa intendiamo per emancipazione? Il rovesciamento dei governi monarchici, di coalizione, di repubblicani, socialdemocratici e del partito comunista bolscevico, cui deve sostituirsi un ordine indipendente di soviet dei lavoratori, senza più governanti né leggi arbitrarie. Perché il vero ordine dei soviet non è quello instaurato dal governo socialdemocratico-comunista bolscevico, che ora si definisce potere sovietico, ma una forma più alta di socialismo antiautoritario e antistatale, che si manifesta nell’organizzazione di una struttura libera, felice e indipendente della vita dei lavoratori, nella quale ciascun individuo, così come la società nel suo complesso, possa costruirsi da sé la propria felicità e il proprio benessere secondo i principî di solidarietà, di amicizia e di uguaglianza.

    4. Come consideriamo il sistema dei soviet? I lavoratori devono scegliersi da soli i propri soviet, che soddisferanno i desideri dei lavoratori – cioè, soviet amministrativi, non soviet di stato. La terra, le fabbriche, gli stabilimenti, le miniere, le ferrovie e le altre ricchezze popolari devono appartenere a coloro che vi lavorano, ovvero devono essere socializzate.

    5. Attraverso quale via i machnovisti potranno realizzare i loro obiettivi? Con una rivoluzione senza compromessi e una lotta diretta contro ogni arbitrio, menzogna ed oppressione, da qualunque fonte provengano; una lotta all’ultimo sangue, una lotta per la libertà di parola e per la giusta causa, una lotta con le armi in mano. Solo attraverso l’abolizione di tutti i governanti, distruggendo le fondamenta delle loro menzogne, negli affari di stato come in quelli economici, solo con la distruzione dello stato per mezzo della rivoluzione sociale potremo ottenere un vero ordine di soviet e giungere al socialismo. »

     
  • giamps78 12:39 il 29 July, 2015 Permalink | Rispondi  

    Il senato della bicamerale D'alema e l'errore infinito sul titolo V 

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    Nella bicamerale D’Alema della tredicesima legislatura ci sono alcuni aspetti che sembrano sfumature ma che in realtà se comparate con l’attuale DDL Boschi in discussione(A.S. 1429) mostrano una certa sensibilità sul tema degli enti locali e nella rappresentanza dell’aula.

    Innanzitutto in quel progetto il senato è elettivo e composto da 200 rappresentanti.
    Vengono create le “sessioni speciali” in cui ci sono 200 tra consiglieri comunali, provinciali e regionali, sulla base dei voti espressi per l’elezione dei consigli.

    Per quanto riguarda la clausula di salvaguardia, cioè l’interesse nazionale, nel DDL Boschi non c’è alcun dialogo tra le istituzioni, il governo può imporre alla camera dei deputati la sua linea senza discuterne con alcuno e far valere questa clausula contro gli enti locali che non hanno modo di discutere il provvedimento.

    Invece nel progetto della tredicesima legislatura, in modo elegante, questa clausula è inserita con la dicutura “tutela di imprescindibili interessi nazionali nelle materie attribuite alla competenza legislativa delle Regioni;” ed in questo caso anche il senato viene chiamato a discutere di tali disegni di legge e poi, sempre con eleganza si afferma che “La Camera dei deputati delibera in via definitiva” , cioè viene comunque eliminato il bicameralismo perfetto, anche se non viene specificato completamente l’iter di approvazione.

    Se vogliamo è una versione piu soft, ma comunque taglia fuori l’assemblea dei territori dalla decisione finale e quindi rende i territori subalterni.

    Per quanto riguarda altri errori, oltre a quello appena descritto, andando a scorgere le competenze, si vede chiaramente che sia nella tredicesima legislatura che in tutti gli altri tentativi ri riforma si è partiti facendo le cose al contrario.

    Si sono esplicitare le competenze esclusive dello stato, dando la residualità alle regioni.

    Invece andavano descritte due o tre competenze esclusive delle regioni, tutte le altre appartenenvano allo stato.

    Poi sarebbe bastato far corrispondere le competenze residuali con le competenze concorrenti tra stato e regioni, evidentemente NON elencandole nella costituzione, ma rimandandole a leggi ordinarie, APPROVATE CON BICAMERALISMO PARITARIO, con l’approvazione cioè dello stesso identico testo da parte della camera e del senato.

    Dunque con legge ordinaria si poteva dare poteri alle regioni, e sempre con legge ordinaria si potevano togliere tali poteri, ovvero stabilendo per legge che cosa era residuale e assegnando tali compiti alle regioni.

     
  • giamps78 18:34 il 28 July, 2015 Permalink | Rispondi  

    Il senato non elettivo delle autonomie in un sistema parlamentare 

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    Come ho spiegato in precedenza, l’unico vero modo per avere un senato non elettivo e nel contempo mantenere in piedi realmente una repubblica parlamentare mantenendone gli equilibri e i contrappesi, è quello di avere un monocameralismo, dove l’unica camera elettiva sia rappresentante dell’uguaglianza del voto dei cittadini e dunque con un sistema proporzionale puro.

    L’altro ramo del parlamento può svolgere altre funzioni, quelle affidate alle regioni.

    In questo senso una strada potrebbe essere quella non di far nominare i senatori dal consiglio regionale bensì farli diventare senatori in modo automatico al formarsi delle giunte regionali.

    Ogni assessore regionale diventerebbe così anche senatore, il senato diventerebbe l’assemblea dei governi delle regioni e non per interposta persona.

    In questo modo verrebbe abolita la conferenza stato regioni e non ci sarebbe la riduzione del numero dei senatori.

    Le funzioni di questo senato sarebbero di raccordo, ma il governo della repubblica avrebbe l’obbligo di riferire in aula su qualsiasi provvedimento che riguardi gli enti locali e che è in discussione o anche solo in progetto di discussione nell’altro ramo del parlamento.

    Come detto ci sarebbe un monocameralismo totale, equilibrato dal sistema elettorale proporzionale, e dunque il senato non sarebbe chiamato ad modificare leggi che riguardano gli enti locali, ma darebbe un parere.

    C’è da dire però che l’attuale riforma costituzionale è sgangherata, impensabile non essere colti da sfiducia quando si leggono certe cose.

    Ghigliottine costituzionalizzate, presidente del consiglio imperante su tutto e su tutti che potrebbe perfino come durante il fascismo cambiarsi i regolamenti della camera.

    Ma dico almeno, che di regola si dia la presidenza della camera alla minoranza parlamentare, succedeva nella tanto vituperata prima repubblica e da allora non è piu successo.

    Anche in questa legislatura il partito del presidente della camera ha ottenuto il premio di maggioranza.

    Se si vuole realmente dare garanzie, non si può che costituzionalizzare questa elezione dando la presidenza al partito di minoranza che ha avuto il risultato piu alto.

     
  • giamps78 16:31 il 28 July, 2015 Permalink | Rispondi  

    Siamo ancora in una repubblica parlamentare? 

    il gufo3

    Con il disegno di legge costituzionale Boschi sommato alla nuova legge elettorale Italicum viene modificata la forma di stato e di governo, si passa dalla repubblica parlamentare alla repubblica presidenziale.

    La stessa difficoltà con la quale non si vuole la reintroduzione integrale delle preferenze nella legge elettorale è da ricercare in questa nuova forma di stato e di governo.

    Il parlamentare non è piu colui che fa le leggi, semplicemente le ratifica, e non deve creare impacci.

    Si rompe definitivamente il rapporto eletti ed elettori, ne basta uno di eletto che in maniera stravagante può anche non essere eletto.

    Il monocameralismo de facto con un premio di maggioranza dato ad una minoranza, con la teoria o la filosofia del governare per 5 anni senza aver raccolto i voti dei cittadini ma perchè si è preso un voto in piu delle altre forze politiche va anch’esso nella direzione delle repubblica presidenziale.

    L’orticaria nel pensare ad una camera dei deputati monocamerale al 100%,ma eletta proporzionalmente e senza sbarramenti, con governi formati da coalizioni dopo il voto specchiato dei cittadini, l’eliminazione del voto di fiducia come ingerenza e arma di ricatto del presidente del consiglio nei confronti dei “suoi” parlamentari, non è mai nemmeno passata per l’anticamera del cervello ai nostri attuali governanti.

    Il monocameralismo con voto a data certa dei provvedimenti, ovvero 60 giorni dal momento della presentazione, ha senso se il parlamento monocamerale è eletto proporzionalmente, se non c’è alcuna ingerenza da parte del presidente del consiglio.

    Avremmo perso il bicameralismo, ma vivremmo ancora in una repubblica parlamentare, avremmo molti decreti legge in meno, l’impossibilità della richiesta de lvoto di fiducia, e l’altra camera che non si occupa di queste materie e che può dunque non essere eletta ma bensì nominata.

    A tutto questo si può aggiungere il diritto di veto del presidente del consiglio, cioè l’elevazione della soglia dalla maggioranza semplice alla maggioranza assoluta dell’assemblea nei disegni di legge governativi, e avremmo l’equilibio tra i poteri dello stato e volendo anche la sua elezione diretta in scheda elettorale, ferma restando la camera dei deputati eletta proporzionalmente e con le preferenze.

    In questo modo si sancisce l’eliminazione della scelta di campo, si elimina il premierato forte ed i tempi stretti con cui si approvano i provvedimenti fanno parte dell’equilibrio tra i poteri e i contro-poteri politici.

    Avremmo l’elezione diretta del presidente del consiglio ed un presidente della repubblica che può mantenere il suo ruolo di garanzia, nel contesto di una vera repubblica parlamentare.

    Ma si sa che la democrazia fa paura, specialmente se ti chiami partito democratico.

     
  • giamps78 12:45 il 28 July, 2015 Permalink | Rispondi  

    La madrina costituente incapace e la dittatura dell'antipolitica 

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    Questi sono fuori con la testa, hanno portato la discussione ad un livello di assurdità tale che risulta di fatto impossibile perfino dialogare cercando di usare il buonsenso.
    Come si può arrivare a pensare che un referendum confermativo, approvato su un provvedimento approvato dai 2/3 delle camere possa avere esito negativo?
    Eppure se ciò avvenisse si prefigurerebbe il disfacimento dell’ordine costituzionale, niente male per chi proponeva di farci uscire dal guado, farci cadere in un buco di instabilità nel diritto costituzionale.
    Il principio di ragionevolezza dovrebbe far togliere un comma che non può in alcun modo essere applicato.
    Infatti il referendum inserito nella riforma Boschi, da tenersi anche se il testo viene approvato con i 2/3 dei voti delle camere, non si può svolgere in ogni caso.
    Fin quando la riforma boschi non viene promulgata tale comma risulta inattivo, privo di qualunque effetto, mentre quando viene promulgata(e viene promulgata a norma della costituzione già vigente) tale referendum non è piu proponibile in quanto il testo è già vigente nell’ordinamento costituzionale.
    Se anche la “madrina costituente” riuscisse a sbregare e a rompere il principio basilare di ragionevolezza e riuscisse a plagiare il suo presidente della repubblica e venisse indetto questo referendum, l’esito non sarebbe vincolante in quanto il testo è già stato promulgato, è già stato pubblicato nella gazzetta ufficiale, è già entrato a far parte della costituzione, e se l’esito del referendum fosse poi paradossalmente negativo, si andrebbe ad uno scontro costituzionale senza precedenti.
    Il livello di discussione rasenta l’assurdità, ma loro hanno messo le discussioni su questo piano.

    C’è gente non idonea a fare politica che si è elevato nelle istituzioni con un livello dittatoriale senza precedenti, e c’è gente che soffre di sudditanza psicologica, o che viene ricattata.

    Questa sarebbe la politica?

    Questa è anti-politica.

    Già a dicembre avevo descritto questa problematica con l’articolo : “L’antinomia costituzionale del referendum confermativo nella riforma Boschi”
    https://giamps78.wordpress.com/2014/12/20/lantinomia-costituzionale-del-referendum-confermativo-nella-riforma-boschi/

     
  • giamps78 09:55 il 28 July, 2015 Permalink | Rispondi  

    Il range del 10% sulla compravendita di azioni borsistiche 

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    A parte gli scherzi, un sistema serio per regolamentare il mercato delle azioni borsistiche potrebbe essere quello di modificare il metodo con il quale si forma il prezzo dell’azione stessa.

    Se si vogliono evitare bolle un sistema semplice è quello di utilizzare le soglie annuali del +10% e del -10% come una forbice di valori che non è consentito superare nel valore dell’azione.

    Cioè a dire limitare fortemente la capacità di creare bolle, limitando anche la possibilità dello sgonfimento istantaneo sulla base di qualche notizia.

    Con questo sistema il mercato delle azioni si muove come oggi fin quando resta all’interno del range positivo o negativo del 10%.

    Una volta raggiunta tale soglia, l’azione borsistica non può essere ribassata o alzata ulteriormente.

    In pratica si rompe il vincolo domanda/offerta, cioè quello che permette il crearsi di immense bolle seguite da gravi depressioni.

    Se l’azione è destinata al ribasso ad esempio del 40%, ci vorranno 4 anni per arrivare a tale valore, e quindi coloro che vogliono vendere tali azioni, se non troveranno qualcuno disposto a comprarle se le dovranno tenere.

    Stesso dicasi per i rialzi, se si pensa che l’azione sia destinata ad aumentare del 40%, questo non succederà immediatamente, ma succederà in 4 anni.

    In poche parole si costringe lo speculatore ad un realizzo del solo 10%, e si costringono quindi le azioni ad un range del massimo contenuto ogni anno al 20%, 10 in positivo e 10 in negativo.

    Insomma non ha molto senso sospendere le azioni per eccesso di rialzo o di ribasso, o continuare a promuovere inverventi pubblici per stabilizzare le quotazioni, cosa che avviene sempre piu spesso.

    Meglio sarebbe un sistema che si autogestisce all’interno di limiti prestabiliti.

     
  • giamps78 23:39 il 27 July, 2015 Permalink | Rispondi  

    Turati, e il compromesso del monocameralismo proporzionale 

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    Filippo Turati nel suo discorso alla camera del 1925 descrisse la sua posizione sul sistema elettorale :

    Voi avete parlato [… ] anche del suffragio universale come di un giuocattolo, che si deve pur concedere a questo stupido e impaziente bambino che è il popolo, perché se ne balocchi a sazietà […].
    Per noi — a differenza e in contrasto diametrale con ciò che voi avete proclamato — per noi codini e ” lamentevoli zelatori del supercostituzionalismo “, il suffragio universale, libero, rispettato, efficace (e con ciò diciamo anche la proporzionale non adulterata, senza cui il suffragio è un inganno e una sopraffazione);
    per noi il suffragio universale, malgrado i suoi errori, che soltanto esso può correggere, è la sola base di una sovranità legittima; — ma che dico legittima ? — di una sovranità che possa, nei tempi moderni, vivere, agire, permanere […]

    […]e voi avete molta fretta. […].
    […] chiedete i pieni poteri […] anche in materia tributaria; il che significa che abolite il Parlamento, anche se lo lasciate sussistere, come uno scenario dipinto, per il vostro comodo.

    Gli chiedete di svenarsi. Vi obbedirà […] »

    Penso che ciò che ha detto sia chiaro e comprensibile.

    Parlando delle attuali riforme costituzionali e della attuale legge elettorale, che sia una o che siano due le camere importa e non importa.

    Il disegno originale dell’attuale presidente del consiglio prevede senatori non eletti da una parte, premio di maggioranza per sapere chi vince le elezioni la sera stessa delle elezioni dall’altra.

    Sono due cose che insieme non possono stare.

    Verificata l’impossibilità per questi governanti, nel fare una riforma che desse ad un senato pieni e legittimi poteri e che fosse legittimamente eletta e non composta da dopolavoristi.

    Forse è meglio il ritorno al piano originale di Renzi, cioè un senato composto da sindaci, da qualche consigliere regionale, non eletto, ma senza che questo possa essere in grado di modificare la costituzione, ne possa modificare le leggi dell’altra camera.

    Ma assunto questo bisognerebbe che l’altra camera avesse una vera legge elettorale proporzionale pura.

    Si tratterebbe di un monocameralismo, in cui le garanzie sono date dallo stesso sistema elettorale a garanzia che il 50,1% dei votanti possa corrispondere al medesimo numero di deputati.

    Dunque la rinuncia al premio, la rinuncia alla governabilità data alla minoranza.

    In piu, la rinuncia costituzionale alla possibilità del voto di fiducia richiesto dal presidente del consiglio per approvare provvedimenti.

    Dunque si tratterebbe di un monocameralismo proporzionale, in cui il senato serve come aula delle autonomie che di volta in volta si riuniscono ma non su provvedimenti nazionali.

    Naturalmente la legge proporzionale deve essere inserita anche nella costituzione, per evitare colpi di mano.

    Bisogna rendersi conto che il presidente del consiglio con il sistema elettorale italicum non viene votato nella scheda elettorale ma ha un potere assoluto dovuto ad una riforma costituzionale che accentra ogni potere compresa la clausula di supremazia sugli enti locali.

     
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